La lealtà nei confronti di Allah e del Suo Inviato travalica e supera i legami del sangue e quelli tribali.
«Non vedi che Allah…»: con il tuo cuore (Tabarì XXVIII,2).
Il versetto si riferisce agli ipocriti medinesi che tramavano contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e contro i musulmani e gli ebrei di Medina che ricorrevano a contorti giochi di parole per insultare vilmente l’Inviato di Allah (vedi II,04 e la nota).
«in un modo in cui Allah non ti ha salutato»: la tradizione riferisce che Allah (gloria a Lui l’Altissimo) nel corso del Mi‘ràj, l’Ascensione al cielo del Profeta, Si rivolse a lui dicendo: «Pace su te o Profeta e Misericordia di Allah e le Sue benedizioni».
Il versetto mira a mettere in guardia i credenti dal male che può procedere dalla riservatezza di un colloquio. Il giudizio e la riprovazione sociale sono, nella società islamica, un grande strumento di moderazione e di controllo dei comportamenti e delle azioni. Le norme della sharià infatti, colpiscono solo la manifestazione pubblica e oggettiva di comportamenti e azioni ostili o scandalose nei confronti della comunità. L’assenza di questo deterrente può favorire l’azione demoniaca contro i fedeli, facendo balenare alle coscienze dei più deboli improbabili nicchie di anonimato e di fosca impunibilità.
Nel corso delle riunioni che teneva l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), la gente era restia a stringersi per far posto a quelli che sopraggiungevano.
Una moltitudine di credenti cercava di ottenere incontri personali con l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) al punto che egli era letteralmente assillato. Con questo versetto Allah (gloria a Lui l’Altissimo) stabilisce una sorta di elemosina obbliga toria, per scoraggiare quelli che non avevano veramente validi motivi. Tuttavia la norma rimase valida per poco tempo ed è considerata abrogata dal versetto successivo.
«orazione rituale ed elemosina obbligatoria»: (vedi Appendici 2 e 3).
L’esegesi è unanime nel ritenere che il versetto si riferisca a quegli ipocriti di Medina che avevano stabilito segrete alleanze con i clan ebraici della città, subdoli oppositori dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Nei loro incontri segreti insultavano il Profeta ma quando ciò veniva loro rinfacciato, negavano e spergiuravano la loro innocenza.
La lealtà nei confronti di Allah e del Suo Inviato travalica e supera i legami del sangue e quelli tribali.
La tradizione riferisce che la rivelazione del versetto che dà il nome alla sura e i tre successivi ad esso collegati fu occasionata dal caso di una donna di nome Khawla che era stata ripudiata dal marito con la formula del «zhar» che paragona la moglie alla schiena della propria madre (vedi anche xxx, 4 e la nota). L’uomo aveva pronunciato pubblicamente la formula del divorzio irrevocabile, ma era disposto a ritornare sulla sua affrettata decisione. Khawla espose il suo problema all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ma questi, suo malgrado, non poté che confermarle la validità del divorzio. La rivelazione di questi versetti risolse la questione. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fece chiamare il marito e gli offrì di espiare la sua avventatezza in uno dei modi previsti nei verss. 3-4 (liberazione di uno schiavo o due mesi di digiuno o provvedere al cibo necessario a nutrire 60 poveri per un’intera giornata). L’uomo non aveva i mezzi materiali per provvedere alla liberazione di uno schiavo e non si sentiva capace di affrontare un digiuno di due mesi e pertanto decise di nutrire i poveri e il Profeta gli promise che lo avrebbe aiutato a farlo.
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